incidente auto

L’incidente: devi (quasi) morire per vivere davvero

Mi sono sentita dire per mesi: tu hai il piede pesante, finirai coinvolta in qualche incidente. Era il loro modo per descrivere la mia guida. Non importava cosa dicessi, dove mi trovassi o come guidassi: la cosa importante era fortificare la loro idea erronea, secondo la quale non riuscivo a staccare il piede dal pedale del gas. Correvo, correvo nelle stradine di provincia, in autostrada, nelle più impensabili realtà. Ne erano convinti tutti in casa, senza aver mai realmente rischiato neppure per mezzo secondo la vita quando si sono trovati in auto con me alla guida.

L’11 dicembre 2015: l’incidente

Era l’11 dicembre. Il giorno prima era il mio compleanno: avevo festeggiato 29 anni! Era da poco scattata la mezzanotte e io stavo rientrando a casa dopo aver incontrato alcuni amici. No, non è vero. Non c’erano solo amici. Il motivo che mi ha portata a uscire è stato un chiarimento verbale che ho forzato, per cercare di capire chi avevo davanti, per “conoscere” per la prima volta una persona che era nella mia vita da 24 anni. Quelle amicizie che poi non sono amicizie, si è solo conoscenti in realtà, perché oltre a bersi un paio di birre insieme non è mai successo altro. Non si è mai davvero vissuto insieme, non abbiamo mai condiviso nulla.

Ero sulla mia macchina, musica a palla, sigaretta in bocca. La spengo poco prima di imboccare la salita di casa. Ancora 100 metri e sono arrivata. Imbocco lo stradello, sbatto le palpebre ed eccoli lì. Non ricordo se fossero 3-4 cinghiali, ma ricordo che in quel momento il tempo si è fermato.

Ho la terza inserita: a sinistra un piccolo giardino libero, con piccoli arbusti a delimitarlo: a destra una vecchia e robusta quercia che esiste da almeno 40 anni. Andare a sinistra vuol dire schivare i cinghiali. Andare a destra vuol dire rischiare di distruggere la macchina contro l’albero. E io non posso farlo!

Il volante è leggerissimo e la paura è tanta. Tutto questo accade in meno di 3 secondi. I cinghiali si muovono verso il giardino dei vicini. “Inchioda Ale, frena. Lascia quel pedale e tocca il freno”. Ma non succede. Sterzo verso destra, il volante scivola come il burro: in un attimo chiudo gli occhi!

Buio.

Incidente.

Non so dove mi trovo

Quando li riapro mi sembra di aver dormito per ore. In realtà, sono passati pochi secondi. Credo! C’è un silenzio assordante: ah no, sento qualcosa. La musica in macchina va ancora. L’auto è accesa e vedo del fumo uscire. Spengo l’auto e tolgo le chiavi. L’airbag non si è aperto. Controllo di avere tutto, ma non riesco a muovermi. La cintura di sicurezza è ancora allacciata. Nel girare la testa sento un profondo dolore al collo e alla spalla. Controllo l’orario: non riesco a leggere, la scritta è al contrario. No aspetta, io sono al contrario. La macchina è cappottata! Sento il respiro farsi affannoso.

“Luca, devo avvertire Luca”. Mi impongo di stare calma e di trovare un modo per uscire dall’auto. Se voglio scrivere a Luca devo liberarmi dalla cintura e trovare il telefono.

Non riesco a ragionare: slaccio la cintura e crollo sul vetro della macchina, sbattendo violentemente la spalla già indolenzita. Una di quelle randellate che mai ho preso prima d’ora! Anche questo non era stato previsto: pensavo di cadere lentamente. Gli sportelli davanti non si aprono. La stanchezza mi assale, sento gli occhi cedere alla tentazione: si chiudono. No, devo provare a tenerli aperti. Riesco a gattonare fino ai sedili posteriori, con uno sforzo spingo la portiera di sinistra. Una, due volte. Eddai! Si apre e mi trascino fuori.

Chi ero e chi sono dopo l’incidente

Come ho fatto a cappottarmi non lo so: o meglio lo so. E credo che vista da fuori quella scena sia stata spettacolare. Robe da Hollywood proprio! Dentro la macchina un po’ meno: in pochi istanti ho sentito ogni parte del mio corpo muoversi come in balia di un tornado. Fortunatamente non ci sono stati segni sulla pelle. Ma restano quelli nascosti, interni!

Dicono che per superare un trauma così grande devi pensare, riflettere, ascoltarti, ma soprattutto rimetterti al volante subito. E l’ho fatto. Se avessi aspettato sarebbe stata la mia fine. Quel botto ha segnato in modo preciso ciò che ero e ciò che sono: quello che non voglio e quello che desidero essere. Nei tre mesi successivi, senza macchina, ho vissuto il momento peggiore e migliore della mia vita: ho avuto bisogno di morire (quasi) per imparare a vivere.

Il 2016 è stato il MIO anno. Iniziato con difficoltà e qualche lacrima di troppo che oggi sono felice di aver versato. Con orgoglio dico che rifarei tutto quello che ho fatto, perché ho scelto di farlo essendo me stessa al 100%. Un caldo abbraccio a chi c’è ancora e un “Auf wiedersehen” a chi non c’è più…perché è doveroso tagliare i rami secchi se vuoi imparare a guardare e apprezzare la bellezza del cielo. E rockabye!

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alesarabi

Sono nata e cresciuta a Bologna. Studentessa di Lettere Moderne con la passione per la scrittura, le serie tv (Netflix is my God) e la musica. Non posso vivere senza: computer, caffè, le canzoni depresse di Lana Del Rey, l'animo rock di Paola Turci.